18 ottobre 2011

La Papeenoo

La Polinesia Francese è famosa per le sue spiagge. Un paradiso terrestre di sabbia bianca e mare cristallino.
Pochi però conoscono il lato selvaggio delle sue isole. 


I vulcani ormai spenti ci hanno lasciato paesaggi di una grande varietà e diversità. Le isole più vecchie non presentano più nessuna traccia dei vulcani che le hanno formate. Inghiottiti dall’oceano, hanno lasciato solo una barriera di coralli a testimoniare la loro antica presenza. Gli atolli non sono altro che fasce di terra emersa, spesso di pochi metri sopra il livello del mare, formati da sabbia e coralli. L’arcipelago delle Tuamotu è formato esclusivamente da atolli, più o meno grandi. Rangiroa è talmente vasta che non se ne vede l’altro capo.
Nelle isole più recenti invece il vulcano è ancora visibile, circondato da una barriera di coralli importante e spesso abitabile. La più famosa di tutte è sicuramente Bora Bora. L’isola è grande, ma tutta la sua bellezza sta nei motu (isolotti) che la circondano, da cui si può ammirare un panorama spettacolare e tra cui è  racchiusa la laguna più bella del mondo.
Le isole più giovani, dette “alte”, come Moorea e Tahiti, hanno sì una barriera corallina, ma è ancora totalmente, o quasi, sommersa. Questo forma la laguna di acqua calma e dai colori spettacolari che tutti sognano, e che ci protegge in caso di tsunami.
I vulcani, sebbene spenti da tempi remoti, hanno lasciato delle montagne e delle vallate dalla vegetazione lussuraggiante e intricata, numerose cascate e fiumi che si riversano nell’oceano. A Tahiti, la maggior parte di queste vallate sono state sfruttate per costruire residenze o zone industriali. Ma la più grande e famosa di tutte è la Vallée de la Papeeno, a nord-est dell’isola, attraversata per l’appunto dal fiume Papeeno.


La strada, costruita dall’esercito, si affianca al fiume e porta nel cuore profondo di Tahiti. Le pareti rocciose che si stagliano maestuose sono segnate dai solchi di migliaia di cascate, più o meno zampillanti a seconda delle piogge. In genere quindi molte sono visibili, perché in questa vallata, come in tutte le zone interne e in altitudine dell’isola, piove sempre. E si vede!
Per attirare i turisti sono stati costruiti un rifugio, le Relais de la Maroto, con tanto di ristorante e hotel, e da cui è possibile ammirare tutta la vallata, e un villaggio maohi tradizionale, accanto ad un marae (luogo di culto e sacrificio), in cui è anche possibile dormire come si faceva un tempo. 



Durante il fine settimana i primi chilometri all’entrata della vallata sono invasi da gente locale, che si ritrova per pic-nic o barbeque sulle spiagge del fiume. I giovani si incontrano ai lati della strada, e passano il pomeriggio al ritmo assordante degli altoparlanti connessi all’autoradio.
Aldilà delle attività che offre, questo luogo rappresenta un’alternativa alla monotonia della spiaggia, e alle scarse attrazioni che Tahiti propone.
Sembra di entrare in un altro mondo, in un’altra dimensione; il paesaggio è così differente dalla costa, la vegetazione fitta e impenetrabile, e il fiume permette di rinfrescarsi nelle sue acque fresche e pulite.
Durante la stagione delle piogge può essere però pericoloso avventurarsi in questa vallata. Se le piogge sono intense il livello del fiume può salire rapidamente, bloccare la strada, e la sua forte corrente può essere un serio pericolo. Un paio di anni fa tre giovani sono morti nel tentativo di soccorrere un ragazzino travolto dalle acque.
La Vallée de la Papeeno è una boccata d’ossigeno, un piacere per gli occhi, e un vero refrigerio durante la stagione calda. L’accesso non è difficile, basta munirsi di un fuoristrada, di un antizanzare e prepararsi psicologicamente a tutte le situazioni metereologiche. Ripeto, piove sempre, e in tre anni a Tahiti, non ho mai visto questa valle senza la pioggia.



4 settembre 2010

Moorea, l'isola dei pirati

Le isole Polinesiane sono splendide, si sa. Ma scoprirle via mare è un'esperienza straordinaria.
Un caro amico ha invitato me e la mia famiglia a passare un weekend a Moorea sulla sua barca a vela.
Così, dopo cinque ore di navigazione, ci siamo ritrovati in un nuovo mondo. Moorea, seppur così vicina, rimane autentica. Si può ancora gustare l'atmosfera polinesiana di altri tempi, la vita semplice e tranquilla delle isole.
La fortuna ci ha graziato con un sole meraviglioso, il vento ideale per navigare a vela, e i delfini ci hanno accompagnato all'uscita dalla passe di Papeete.
Abbiamo gettato l'ancora nella baia di Opunohu, nel turchese della laguna.
Il fine settimana è trascorso tranquillo, tra tuffi e bagni in mare, a nuotare con le razze, le tartarughe e gli squali.
E, per finire in bellezza, durante il viaggio di ritorno abbiamo potuto ammirare anche le balene!
Ecco le prove:


19 giugno 2010

Il maa'a


Una delle cose che amo del viaggio è la scoperta di gusti e sapori nuovi. Si può imparare molto di un popolo attraverso la sua cucina e le sue abitudini alimentari.
Abituata a viaggiare verso luoghi caldi, tropicali, dalla cucina speziata e piccante, quella polinesiana si è rivelata molto differente. È una cucina molto povera, priva di gusti pronunciati o piatti elaborati. Ma io amo la semplicità, e mi è piaciuta subito.
I polinesiani non sono mai stati un popolo di coltivatori e allevatori. Grazie all’abbondanza offerta della natura non hanno mai dovuto affrontare inverni lunghi e scarsi, siccità o carestie. Era sufficiente andare a pescare nella laguna, o allungare una mano per gustare un frutto fresco e succulento.
L’arrivo dei francesi e dei cinesi ha arricchito e modificato i piatti tradizionali e gli alimenti di base, ma tutto è stato rivisto in “salsa” polinesiana. Non dimentichiamo inoltre che la Polinesia è un territorio francese, quindi nei supermercati si possono trovare prodotti simili a quelli presenti sui nostri scaffali. Eppure, malgrado la ricchezza delle cucine importate, la tradizione polinesiana rimane forte e viva.
Il cibo non manca mai. Se ne trova per tutti i gusti, a quasi tutte le ore e per qualsiasi portafogli. C’è l’imbarazzo della scelta, dai ristoranti rinomati e costosi dal menù tipicamente francese, alle roulotte, vere e proprie istituzioni polinesiane. Le roulotte sono semplici furgoncini, con cucina e frigoriferi, che dalle 18:00 si appostano lungo le strade o nei parcheggi vuoti dei negozi e offrono piatti pronti, da mangiare sul posto, su tavole e sgabelli di plastica, o da esporto. La scelta e la varietà delle pietanze è enorme, dalla pizza allo cho-men cinese, dal pesce alla griglia agli spiedini di cuore di bue o pollo, dalle crepes alle specialità caraibiche. Ogni roulotte ha un suo menù, piuttosto ridotto, ma i prodotti sono sempre freschi, le porzioni abbondanti e non molto care.
Come ovunque nel mondo, i pasti hanno un’importanza particolare e, anche se la vita frenetica della settimana obbliga i lavoratori a consumare panini o insalate rapide e leggere, alcune tradizioni resistono. La domenica si mangia tradizionalmente il maa’a Tahiti, un pasto composto da carne di maiale o vitello, taro, uru (il frutto dell’albero del pane), e fei (banane rosse da cuocere) stufati in un forno interrato per ore e ore. La difficoltà e la durata della preparazione stanno facendo sparire quest’usanza, ma non l’abitudine polinesiana di ritrovarsi in famiglia la domenica e mangiare insieme. Molti organizzano delle colazioni. Ogni invitato porta un piatto trasformando la colazione in un bruch a base delle classiche pasticcerie francesi, come croissant e pain au chocolat, sashimi di tonno o gamberi, pain coco (un pane dolce a base di latte di cocco) e l’immancabile poisson cru. Anche gli hotel di lusso si sono adeguati e la domenica mattina offrono un buffet ricco e variegato, e molti polinesiani passano la mattinata a rimpinzarsi, per poi finire nella piscina dell’hotel.
Oltre al maa’a Tahiti e il tonno, da considerarsi la colonna portante dell’alimentazione polinesiana, tra gli altri piatti tipici possiamo citare il pua roti (il maiale arrosto), il mahi-mahi grigliato o con salsa alla vaniglia, e il fafaru, un pesce lasciato a marcire per settimane nell’acqua di mare (non ho ancora osato assaggiarlo!) che spesso sono ancora consumati come una volta, ossia su larghe foglie di banano o uru con le mani.
Bisogna però ammettere che i polinesiani prediligono la quantità alla qualità. Sono dei veri mangioni, ingurgitano di tutto, di preferenza fritti, grassi e zuccheri. Il McDonald’s di Papeete fa la più grande cifra d’affari del mondo, e la coda di macchine al drive-through è interminabile, a qualsiasi ora del giorno.
Questa dieta equilibrata ha reso il popolo polinesiano tra i più obesi del mondo, e il tasso di diabetici è spaventoso. Nell’immaginario collettivo, eredità pre-europea, più si è grossi meglio è, e i capi vengono giudicati e scelti in base alla loro massa. I balaises (parola francese per indicare le persone muscolose, massicce) vengono guardati con enorme rispetto.
Ma basta andare nelle isole per ritrovare gli indigeni che tanto hanno affascinato per la loro bellezza e fisicità i primi esploratori.
Per concludere vi lascio con la ricetta regina di Tahiti. È una bontà, ottimo per i mesi estivi, ma attenzione, il latte di cocco può avere effetti lassativi piuttosto rapidi e spiacevoli!

11 marzo 2010

Il mio primo ciclone



Il primo allarme è stato dato il 26 gennaio. Una tempesta tropicale forte si stava dirigendo verso la Polinesia, con il rischio di intensificarsi e diventare ciclone. Fortunatamente ha perso d’intensità e, la notte del suo previsto arrivo, è stata calma, stellata e senza vento. Ma una seconda sorpresa aspettava dietro l’angolo. Un’altra tempesta tropicale moderata sembrava prendere la direzione di Tahiti, muovendosi rapidamente e guadagnando sempre più intensità. Così il 2 febbraio è diventato ufficiale. La tempesta tropicale Oli, ormai forte, si dirigeva verso di noi trasformandosi in ciclone. Le misure di precauzione sono cominciate immediatamente. Gli alberi sono stati potati, le barche assicurate con doppi ormeggi, i tetti delle case fissati al suolo con corde e cavi, finestre, porte e aperture rinforzati. Alla popolazione è stato consigliato di barricarsi in casa, o eventualmente nei rifugi adibiti nelle scuole o centri sparsi in tutte le isole.
Il vento ha cominciato a soffiare mercoledì 4 febbraio, ma il ciclone vero e proprio ci ha raggiunto durante la notte. Le scuole hanno chiuso e la gente è tornata a casa dal lavoro. Alle 22 è scattato il coprifuoco. Divieto di circolare per le strade e obbligo di rinchiudersi in casa.



È stata una notte lunga. Il rumore del vento e della pioggia è stato assordante, e di certo lo spirito non era tranquillo. RFO Polynésie, la radio francese dell’oltremare, ha tenuto la popolazione aggiornata tutta la notte e i giorni seguenti, garantendo il contatto tra le isole e le famiglie sparse sul vasto territorio polinesiano.
Fortunatamente l’occhio del ciclone è passato a 270 km da Tahiti, quindi i danni non sono stati eccessivi, il bilancio avrebbe potuto essere ben peggiore. Ma i tahitiani che hanno vissuto i cicloni dell’83 o del ’97 non hanno chiuso occhio. La stagione ciclonica di quegli anni è stata davvero devastatrice e molti, troppi, hanno perso la casa e tutti i loro averi.
Uno dei grandi vantaggi della Polinesia è sicuramente la presenza della Francia. Senza di essa i danni sarebbero stati ben maggiori, e le isole più toccate non potrebbero sperare in aiuti così rapidi ed efficienti.
La situazione è stata gestita con molta serietà e intelligenza. Météo France ha allestito un numero d’emergenza con aggiornamenti costanti sull’evolversi del ciclone, sono stati creati rifugi per la popolazione, la radio ha assicurato le comunicazioni e numerosi volontari si sono prestati per venire in aiuto a chi ne aveva bisogno. Sarà forse che il Ministro dell’Oltremare francese era da poco arrivata a Tahiti? Probabile, ma almeno è servito a qualcosa.



Alle 9 di giovedì 5 febbraio è stato tolto il coprifuoco e il divieto di circolare, e la situazione ha cominciato a calmarsi. Il mio giardino era un caos totale, un albero si è sradicato, molti rami sono caduti e i banani si sono spezzati. Ma la casa era ancora in piedi e integra.
Oli ha continuato la sua rotta verso sud. Le isole che più hanno sofferto del suo passaggio sono state le Australi, in particolare Rurutu e Tubuai. Si sono ritrovate nell’occhio del ciclone e tutto è andato distrutto. Gli aiuti sono partiti immediatamente alla fine dell’allerta e, grazie agli aiuti dei militari e dei volontari, stanno già ripulendo e ricostruendo.
Era stato organizzato un concerto per raccogliere fondi per Haiti, ma è stato cancellato a causa del maltempo. È stato rimandato e si è trasformato in concerto per Haiti e Tahiti.
La morale di questa favola è che anche in paradiso non si può mai stare tranquilli. Un terzo ciclone, Pat, avrebbe dovuto colpirci il 10 febbraio, ma fortunatamente ha cambiato rotta e si è indebolito.
La situazione metereologica attuale è abbastanza caotica, peggiorata sicuramente dalla presenza del Niño nel Pacifico.
Il 27 febbraio alle 4.00 del mattino le sirene hanno svegliato la popolazione, per avvertire dell'arrivo di uno tsunami causato dal forte terremoto in Cile.
E il fine settimana successivo, piogge violente e incessanti hanno provocato allagamenti, impedendo la circolazione nel centro di Papeete. Anche l'aeroporto è stato chiuso, obbligando un volo di Air Tahiti Nui ad atterrare a Hawaii. La pista era ricoperta da 30 cm d'acqua!
Spero sinceramente che la situazione migliori e che la stagione delle piogge finisca davvero presto, senza farci passare altri brutti momenti.

28 gennaio 2010

Tiare e compagnia



Il tiare è l’emblema della Polinesia Francese. Il suo profumo fresco ma potente rappresenta Tahiti meglio di qualsiasi trattato o guida di viaggio, un vago sentore è capace di proiettare chiunque su una spiaggia bianca dal mare cristallino. Non si può pensare a Tahiti senza pensare al tiare, né pensare al tiare senza pensare a Tahiti.
Tiare significa fiore in tahitiano, ma il tiare Tahiti (gardenia taitensis) è il re dei fiori polinesiani. La cultura e la vita sono strettamente legate a questo fiore. È simbolo di benvenuto e di amore. I tane (ragazzi, uomini) lo portano ancora chiuso, mentre le ragazze aperto, sull’orecchio sinistro se si è impegnati sentimentalmente, o su quello destro se si è liberi.
L’utilizzo dei fiori è una delle rare tradizioni polinesiane ancora esistenti. Non solo è perdurata, ma si è adattata ai tabù e all’evoluzione culturale. L’esempio più parlante sono sicuramente i vestiti a fiori delle vahine. I missionari, non potendo sopportare la nudità degli indigeni, hanno vestito la popolazione, in particolare le donne, con “sacchi” chiusi al collo e lunghi fino ai piedi, intesi a soffocare qualsiasi pensiero impuro e calmare gli ardori. Questi vestiti sono sopravvissuti, ma invece di rimanere delle tristi tuniche informi sono diventati abiti dai colori sgargianti e motivi floreali. Accanto al re tiare troviamo il frangipani, l’ibisco, il taina (gardenia jasminoides), l’uccello del paradiso o le foglie di uru (l’albero del pane) sotto forma di stampe per abiti o parei, ricamati sui tifaifai (lenzuola), confezionati con le fibre della noce di cocco o addirittura scolpiti nella madreperla e tatuati sulla pelle.
Potrebbero sembrare delle usanze rispolverate per i turisti, ma non è così. I fiori sono di un’importanza capitale, simbolo di appartenenza ad un popolo e ad una cultura. Nessuno si indignerà se si coglie un fiore da un giardino per metterselo sull’orecchio, o se in banca trovate ad accogliervi allo sportello un donnone in pareo e corona di fiori sul capo, o se la vostra guida si chiama Tiare. Per decenni è stato vietato l’uso di nomi tradizionali polinesiani per imporre nomi cristiani, e ora che non esiste più nessun obbligo ci si sbizzarrisce coi nomi più originali, spesso inventati, ma sempre ispirati dalla natura.
L’uso di accogliere i turisti e i viaggiatori con collane di fiori non è una trovata televisiva degli anni ’80. Secondo la tradizione ad ogni nuovo arrivo bisogna donare con una collana di fiori in segno di benvenuto, e una collanina di conchiglie augura buon viaggio a chi sta per partire. Non è raro infatti incrociare all’aeroporto persone incapaci di muovere o girare la testa a causa delle innumerevoli collane!
L’utilizzo cosmetico è molto importante, e non solo a livello polinesiano. Il tiare in particolare è l’essenza principale del monoi, ma è anche un ingrediente importante nella creazione di profumi e sentori a livello mondiale.
Questi bellissimi e profumatissimi fiori hanno saputo anche adattarsi all’evoluzione culturale e trovare un posto nei nuovi costumi occidentali importati. Ad esempio, all’inaugurazione di una barca o un nuovo palazzo, il nastro da tagliare è completamente composto di fiori, e i partecipanti alla cerimonia, invece di portare eleganti abiti scuri e cravatta, sfoderano camice colorate a fiori bianchi, le onnipresenti collane al collo e le corone sul capo.
Questo rapporto ai fiori e al mondo vegetale risulta assai logico, se diamo un’occhiata alla storia delle migrazioni del pacifico. I polinesiani, popolo di abili navigatori, i primi a sfidare questo oceano immenso, sono strettamente legati alla terra. La terra è la vita e la vita è la terra. Tutto ciò che proviene da essa è sacro, nulla va sprecato. E fiori e piante non sono da meno. Lo ritroviamo in tutte le popolazioni Maohi, dalle Hawaii con le camice a fiori alla Nuova Zelanda con la sua felce, simbolo nazionale.
L’attaccamento al fenua (la propria terra) è profondo e radicato. La Polinesia Francese è grande quanto l’Europa, ma la superficie totale della terra emersa equivale a quella del nostro Molise. Lo spazio vitale è ridotto, e chiunque rischi di rubarne un pezzetto è mal visto dai tahitiani. Ognuno di loro prende cura del sua terra, anche nei quartieri popolari in cui le case sono spesso mal ridotte, i giardini sono sempre impeccabili, il prato tagliato, gli alberi potati e le piante sane e rigogliose.
Questa è una delle tante contraddizioni tahitiane che per noi possono sembrare assurde. Le strade, i palazzi, interi quartieri sono sporchi e in condizioni pietose, ma i prati, i bordi delle strade e qualsiasi luogo dove cresca un filo d’erba è curato e ben tenuto.

Che bella storia d’amore quella tra il fenua e i suoi fiori.

E ora, prima di uscire, invece di passare ore e ore davanti allo specchio per trucco e capelli, armatevi di ago e filo e create la vostra personale corona di fiori. Se non avete tempo potete sempre fare un salto al mercato di Papeete, dove le mamas vi accoglieranno con un sorriso e, per poche centinaia di Franchi Pacifici, vi confezioneranno una splendida, coloratissima e profumatissima corona.


25 dicembre 2009

Natale ai tropici




Devo ammettere che è davvero strano, spiazzante, festeggiare il Natale in piena estate. Manca quell’atmosfera tipica, quel “non so che” difficile da definire, che rende straordinario questo periodo dell’anno. Eppure non manca niente: le case sono decorate, gli alberi addobbati, i Babbi Natale scalano i tetti nella vana ricerca di un camino, la neve finta colora le vetrine dei negozi e i mercatini abbondano, tutto è come da noi. Ma è come se ci fosse un errore di ambientazione, la storia e gli attori sono impeccabili, ma il set è completamente sbagliato.
Le tradizioni natalizie sono state importate in Polinesia direttamente dall’Europa, in particolare dalla Francia. La Polinesia Francese è un Paese d’Oltremare (POM) della Francia, ha uno statuto autonomo, ma pur sempre di Francia si tratta. Poco resta delle tradizioni e dei costumi maohi, come tante colonie è stata cristianizzata dai missionari qualche secolo fa. La maggior parte della popolazione è protestante, un quarto è cattolica, e il resto si suddivide in Mormoni, Avventisti, Buddisti, Ebrei e Testimoni di Geova, della religione pagana ancestrale restano soltanto i Marae, antichi luoghi di culto e sacrificio. La storia e la colonizzazione polinesiana sono un costante mescolarsi di razze ed etnie. I polinesiani purosangue sono ormai pochi, il loro patrimonio genetico deriva da maohi (polinesiano, in tahitiano), cinesi, europei, americani e chi più ne ha più ne metta. Ne scaturisce quindi una cultura assai particolare, in cui tradizioni polinesiane si fondono con credenze cinesi e usanze europee. Il cibo ne è l’esempio più lampante, in uno stesso pasto si possono gustare Europa, Asia ed Oceania.
Ma torniamo al Natale, in particolare ai pasti di Natale. Come da noi, si festeggia in famiglia. Le famiglie polinesiane sono molto grandi e numerose, e le feste offrono una piacevole scusa per ritrovarsi. La cena tipica della Vigilia non è molto diversa da quella che troveremmo in una casa francese: in menù ostriche, fois gras (paté di fegato d’oca), faraona e, come dessert, il tronchetto di Natale. Da bere un buon vino e tanto Champagne, ovviamente. Dopo la messa il momento più atteso da tutti, l’apertura dei regali!
Il pranzo di Natale invece offre un menù tipicamente tahitiano, il Ma’a Tahiti. Il ma’a Tahiti è un forno tradizionale interrato, in cui si stufano per circa dodici ore pua (maiale), taro (un tubero simile alla patata), fei (banane da cuocere), patate dolci e uru (frutto dell’albero del pane) avvolti in foglie di banano. È un pasto tipico delle feste, molto comune la domenica, lo si trova già pronto in barchette anche al supermercato. Purtroppo è una tradizione che si sta perdendo, la preparazione è molto lunga e in profondo disaccordo con lo sport nazionale, la birra. Ma questo è un altro discorso a cui dedicare, forse, un altro articolo.
I feti’i (famiglie) polinesiane sono tante, più o meno importanti e più o meno numerose. Tutti sembrano essere cugini, zii, nipoti, ma esistono persone che, come me, non hanno nessun legame col fenua (terra, paese). Il territorio è stracolmo di “immigrati”, in genere francesi metropolitani che, per motivi professionali o sentimentali, si ritrovano a passare qualche anno in queste isole sperdute nel Pacifico. Le feste natalizie possono trasformarsi quindi in un momento di estrema solitudine. La famiglia e le amicizie sono lontane, lontane due oceani, e non tutti hanno la possibilità o la fortuna di raggiungerle o di farsi raggiungere. Tanti passano di conseguenza le feste da soli o, se possono, con amici. Si dice “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”, ma ormai per me e molti amici è diventato “Natale e Pasqua con chi puoi”.
Il Natale non è un momento difficile unicamente per chi è solo, ma anche e soprattutto per la gente povera, abbondante a Tahiti. Ogni anno viene organizzato dai comuni il “Noël pour tous”, il Natale per tutti, una festa in cui vengono distribuiti ai bambini poco fortunati dei regali donati da chi ha più possibilità. Si tratta in genere di giocattoli e vestiti usati, ma che possono rendere felici bimbi che non hanno niente.
I polinesiani non si lasciano comunque abbattere, i loro sorrisi e la loro spensieratezza sono davvero contagiosi.
'Ia 'oa'oa i te Noere e matahiti api! (Buon Natale e felice anno nuovo!)

20 dicembre 2009

Sfilata Natalizia



Papeete decorata ed illuminata per il Natale.
Sabato 19 dicembre 2009 polinesiani, popaa e turisti si sono ritrovati sul Front de Mer di Papeete per la sfilata di Natale.
Per la grande gioia dei bambini sono apparsi gli elfi e tutti gli aiutanti di Babbo Natale (pure i raerae erano in versione elfo), il quale è giunto fra la popolazione su un Toyota Hilux trainato da renne scintillanti e condotto da quattro donnoni addobate da corone e collane di fiori.
Non oso immaginare il caldo sotto quel costume di velluto...
La pazzia e l'isteria causata dall'evento non mi hanno permesso di fare ulteriori foto. Ero troppo occupata ad inseguire i miei figli!

15 dicembre 2009

Il mercato di Papeete



La prima volta che visitai la Polinesia Francese mi rifiutai categoricamente di fare spese al mercato coperto di Papeete. Ero convinta che fosse la solita trovata per turisti, piena di cianfrusaglie inutili importate dalla Cina.
Ma mi sono dovuta ricredere. Il mercato è il centro della vita della capitale, dove si può trovare di tutto, spesso a prezzi migliori che al supermercato.
La scelta di prodotti è vasta e varia, dai souvenir per turisti alla frutta e alla verdura.



 È un carnevale di colori. Le mamas cuciono ed intrecciano collane e corone di fiori, collanine di conchiglie, borse in foglie di palma, monoi fatto in casa e prodotti cosmetici a base di essenze locali.

I banchi straripano di artigianato locale, di vaniglia e costumi tradizionali per le danze fatti rigorosamente a mano.



I contadini propongono i frutti del loro lavoro nel "reparto" alimentari del mercato. Si possono trovare frutta e verdura locali, come l'ananas, le banane, le papaye, i manghi, le fei (banane rosse da cuocere), il taro, l'uru (il frutto dell'albero del pane), l'umara (la patata dolce), e prodotti comuni sulle nostre bancarelle italiane, come pomodori, insalata, carote, patate, mele, arance, e limoni.



Una vasta area è dedicata al pesce. Oltre al tonno rosso e bianco, re indiscusso del poisson cru, piatto tipico tahitiano, i pescatori offrono una bella scelta di pesce fresco. Ce n'è per tutti i gusti, dal maimai ai pesci della laguna.
Ovviamente non mancano i chioschi per mangiare. Anche in questo caso si può assaggiare di tutto, secondo la voglia. Tahiti ha saputo rimescolare gli ingredienti delle cucine straniere e metterle al gusto polinesiano. Si può quindi gustare il solito poisson cru, o un riso cantonese, o un sandwich alla francese, o pollo fritto o cho-men o dolci e, per terminare in dolcezza, torte e pasticcini alle creme di mango, papaya o vaniglia.



Il piano superiore che brulica sempre di vita, è dedicato ai tessuti, alle perle e alla madreperla, ed è forse il lato più turistico del mercato.
I parei tradizionali tahitiani sfoggiano motivi floreali e colori vivaci da poter abbinare a qualsiasi costume. Il costo è assai elevato in paragone ai parei che troviamo ai Caraibi o sulle bancarelle dei nostri mercati. Non sono prodotti in serie, ma dipinti a mano uno per uno. Alcuni sono delle vere opere d'arte, e ce ne sono per le donne, per gli uomini e anche per i bambini.
Si possono trovare inoltre le famosissime camice a fiori e gli abiti (sempre a fiori) tradizionali per le vahine.
La perla nera di Tahiti è presente in tutte le sue forme e sfumature. Diventa un pretesto per collane, orecchini, braccialetti e cinture, accompagnata spesso dalla madreperla scolpita in svariate forme.

Insomma, questo mercato vale veramente la pena di essere curiosato. È una delle vetrine più rappresentative della Polinesia Francese ed in particolare di Tahiti. È l'incontro tra la tradizione e la modernità.


30 novembre 2009

Turamara


Qualche settimana fa il papà di un'amica ha invitato me e i miei suoceri, in visita a Tahiti, alla festa dei morti. La cosa ci è sembrata piuttosto strana, e sicuramente un po' macabra, ma dopo parecchie insistenze, abbiamo accettato di andare.
Ci siamo dati quindi appuntamento domenica 8 novembre alle 18:00 sulla tomba di un loro parente al cimitero della città di Punaauia.
Da quando sono in Polinesia non ho mai avuto occasione, fortunatamente, di assistere ad un funerale o di entrare in un cimitero. Abituata ai nostri riti sobri e un po' tristi, sono rimasta davvero sorpresa davanti allo spettacolo che si è presentato al nostro arrivo. La strada era bloccata dal traffico, e trovare un parcheggio è stato difficile. Una flusso di persone si dirigeva verso la chiesa, tutte con le braccia cariche di bouquet, corone e collane di fiori.



Il cimitero, dietro la chiesa, era già stracolmo di gente. Le tombe sembravano dei giardini, delle aiuole ricche di fiori tropicali, colorati e profumati. La notte cominciava a calare, e migliaia di candele brillavano nella luce del crepuscolo. Ma forse, più che un giardino, sembrava una falò in spiaggia, perchè la tradizione vuole che, sulle tombe, si debba portare la sabbia bianca delle Tuamotu.



Alle 18:00 è cominciata la messa, prima in tahitiano e poi in francese. Ammetto di non aver seguito molto il sermone, ero troppo occupata ad osservare questo luogo e la gente presente. Fiori ovunque, intere famiglie riunite sulle tombe dei propri cari, bambini che facevano castelli con la sabbia e palline sempre più grandi con la cera delle candele. E le nonnine attente, che cantavano, con le loro splendide corone di fiori sulla testa.


La notte è scesa velocemente, aiutata dai nuvoloni grigi che sembrano una costante in questa stagione delle piogge. Ma al cadere delle prime gocce nessuno si è scomposto. Gli ombrelli si sono aperti e la cerimonia è continuata come se niente fosse sotto una pioggia torrenziale.




Verso le 19:00 è finito tutto. Le persone hanno cominciato ad andarsene, ma molti sono rimasti a chiacchierare e controllare per l'ultima volta la disposizione delle composizioni floreali.

Non mi sono mai piaciuti i cimiteri, in particolare la loro atmosfera pesante e triste. Eppure questo luogo, identico in tutto e per tutto ai nostri, si è rivelato un'esperienza molto diversa.
La festa dei morti a Tahiti non è un'occasione di cordoglio, di lacrime e nostalgia, ma una celebrazione, una festa in onore di chi non c'è più, e in onore alla vita...

23 novembre 2009

Piove



Piove. E piove ancora, continuamente.
Quest'anno la stagione delle piogge è arrivata molto prima del previsto. La presenza del Niño ha anticipato di due mesi l'estate.
L'estate polinesiana va da ottobre a marzo, è calda e molto umida, le precipitazioni sono abbondanti, così come le zanzare.
Da aprile a settembre è inverno, il clima è secco e l'aria meno afosa e più respirabile, e capita di tirare fuori un maglioncino dall'armadio per le serate in terrazza.
Non c'è paragone coi cambiamenti stagionali a cui siamo abituati noi. La temperatura rimane pressochè stabile durante tutto il corso dell'anno, eppure i tahitiani non amano andare al mare in luglio, perché l'acqua è troppo fredda (25 gradi!).
È strano vivere senza stagioni. Non ci si rende conto del passare dei mesi. Non avrei mai creduto che mi sarebbe mancato il freddo. Ma a dire il vero non è il freddo a mancarmi realmente, è tutto ciò che associo ad esso. Mi mancano i fuochi nel camino, le caldarroste, i funghi, la neve...
Ho trovato un buon compromesso, per sentire meno nostalgia: l'altezza! La mia casa si trova in "montagna" a circa 500 metri di altitudine, che mi permettono di soffrire meno il caldo in estate (se solo la smettesse di piovere) e di avere un assaggio di inverno in luglio ed agosto. La mattina presto e la sera si chiudono le finestre e le porte, si indossano maglie in pile e calze, e si dorme sotto un piumino leggero.
Ora però devo prepararmi psicologicamente ad affrontare una stagione delle piogge che si annuncia lunga ed intensa.
Almeno non avrò bisogno di riempire la piscina...

20 novembre 2009

Benvenuti

Benvenuti a casa mia.
Tahiti, sebbene non sia la più bella e paradisiaca delle isole della Polinesia Francese, offre comunque dei paesaggi mozzafiato. Dalla costa ovest è possibile godere della vista di Moorea, l'isola sorella, poco distante e raggiungibile velocemente via mare o via aria.
Ecco quindi un assaggio di panorama dal mio fare.
I cambiamenti di colore di Moorea scandiscono le mie giornate.
La mattina presto si colora di rosa.

                               

Quando il sole è alto nel cielo, il blu, in tutte le sue tonalità, brilla fino all'infinito. Moana in tahitiano è il blu profondo, e significa mare aperto, al di là della barriera corallina. È sinonimo di cambiamento, di viaggio.

          

La notte arriva velocemente, l'appuntamento col tramonto dura un istante, ma può essere molto intenso.

          

Alle 18:00 è già buio, e di Moorea restano solo poche luci sparse.
Dopo più di due anni a Tahiti ancora non riesco ad abituarmi alla velocità con cui il sole si alza e se ne va a dormire. Ma per quanto la notte sia scura e profonda, le ore di luce sono limpide e brillanti. È come se Elio e Selene facessero a gara a chi splende di più...

Tupai

Se si ha la fortuna di atterrare a Tahiti durante il giorno, si possono ammirare da cielo le splendide isole polinesiane, come Bora Bora, Huahine, Maupiti e isolotti e atolli minori, altrettanto belli, dalle forme più strane.
Ecco a voi Tupai, atollo dipendente da Bora Bora. La perla del pacifico ha anche un cuore.